LA MUSICA ALLA CORTE DI FEDERICO II

«Lo ‘mperadore Federigo fue nobilissimo signore, a lui veniano sonatori, trovatori e belli favellatori, uomini d’arti, giostratori, schermitori, e d’ogni maniera gente».

Questa ammirata descrizione delle qualità cortesi di Federico II, tratta dal Novellino (raccolta di novelle toscane risalente all’incirca all’ultimo ventennio del duecento), è solo una delle tante voci contemporanee, o di poco posteriori, che hanno tramandato il gusto dell’imperatore svevo per la vita sollazzevole e la sua fama di protettore delle arti e della cultura in genere.

L’offerta musicale a disposizione della corte doveva essere quanto mai varia, così come molteplici erano gli orizzonti culturali scrutati dallo sguardo curioso di Federico II. Nelle regge imperiali sparse nei territori del Sud Italia (con una particolare predilezione per la Puglia) la musica e le arti varie dell’intrattenimento di Occidente e Oriente si incontrarono e convissero, dando luogo a conseguenze la cui portata è difficile da misurare.

Le fonti ci raccontano di musici, danzatori e giullari saraceni (arabi) impegnati ad animare le feste tenute in particolari occasioni, così come avveniva già nella Sicilia normanna. Ma, com’è noto, la magna curia (consiglio reale – formato dal Re e 7 grandi ufficiali, da fidati prelati e baroni) fu anche la culla di una tradizione poetica in lingua volgare siciliana (e musicale, quasi certamente), la quale si innestò sulla fioritura lirico-musicale trobadorica affermatasi in Europa tra XII e XIII secolo. Nella corte del regno siciliano nacque e si sviluppò “La scuola Siciliana” (1230-1250) che si differenziò da quelle settentrionali per l’uso di una propria tradizione lirica basata sul volgare locale, la” lingua del sì”, ricreando quindi le stesse condizioni che portarono allo sviluppo dell’arte dei trovatori e trovieri nella Francia e di quella dei minnesänger nella Germania del nonno di Federico.

Gli stessi componenti della famiglia reale sono ricordati come compositori di canzoni nella più importante fonte della lirica italiana delle origini, il codice Vaticano latino 3793 della Biblioteca Apostolica Vaticana, che purtroppo non contiene melodie ma dal quale appare chiaro come intorno a Federico II fiorisse un variegato ambiente musicale. Federico II è considerato poeta e musico perché dei quattro poemi a lui attribuiti, uno ci è pervenuto con la musica e costituisce anche l’unico modello musicale, su oltre 350 testi poetici della scuola siciliana.

Per l’arte dei suoni e non solo, la curia itinerante del sovrano svevo, si rivelò un territorio senza confini nel quale convissero artisti di etnie, religioni e tradizioni lontane tra loro. Queste scelte culturali, in linea con quelle dei predecessori normanni, favorirono inoltre la penetrazione in Europa di nuovi strumenti e pratiche musicali dall’Oriente, dal mondo islamico in particolare, dando alla Puglia e al Sud Italia un ruolo primario di tramite nel radicale rinnovamento dello strumentario occidentale avvenuto proprio in quel periodo.

Canzone di Federico II

Misura, providenzia e meritanza

Misura, providenzia e meritanza fanno esser l’uomo sagio e conoscente e ogni nobiltà bon sen[n]’avanza e ciascuna ric[c]heza fa prudente.

Nè di ric[c]heze aver grande abundanza faria l’omo ch’è vile esser valente, ma della ordinata costumanza discende gentileza fra la gente.

Unde non salti troppo omo ch’è sagio, per grande alteze che ventura prende, ma tut[t]ora mantegna cortesia.