1-LA MUSICA SACRA NEL MEDIOEVO

monastero.jpgNel Medioevo l’abbazia non è solo la casa di Dio ma è anche il luogo di incontro dei fedeli. In essa l’intero popolo vive i momenti più significativi della propria esistenza, qui si reca per trovare il senso della vita del singolo e della comunità, per ascoltare i sermoni del predicatore che descrive premi e castighi che ognuno riceverà nell’aldilà.

In questo periodo la vita ultraterrena è considerata più importante della vita terrena: quest’ultima infatti è ritenuta priva d’importanza rispetto a ciò che aspetta il buon cristiano quando, dopo la morte, passerà a “miglior vita”.

Ed è proprio questo disinteresse per la vita terrena ciò che si esprime nell’architettura sacra di quel periodo e più in generale nell’arte, musica compresa.

Le abbazie, le chiese, i monasteri eretti durante il Medioevo, dal VI al XII secolo, sono costruzioni piuttosto severe, prive di decorazioni e capaci di generare ancora oggi in chi le osserva impressioni di sobrietà e solidità.

L’edificio sacro ha il compito primario di ricordare la presenza di Dio nella storia degli uomini e di attirare l’attenzione verso il messaggio divino. È dunque semplice e austero per favorire la concentrazione del fedele nella preghiera

Abbazie e monasteri sono dotati anche di biblioteche, dove i monaci amanuensi copiano le opere delle civiltà antiche, redigono nuovi libri, studiano e trascrivono in preziosi manoscritti le melodie dei canti sacri.

Oltre che un luogo di preghiera, l’abbazia è dunque anche un importante centro di sviluppo culturale.

Nel Medioevo la musica è un elemento molto importante nella preghiera e nella meditazione: essa accompagna ogni momento della liturgia, cioè l’insieme delle cerimonie e dei riti collettivi che scandiscono la vita religiosa. In breve tempo si sviluppa un importante repertorio di melodie destinate a questo scopo e la musica sacra acquista un ruolo di primo piano rispetto a quella profana.

IL CANTO GREGORIANO

Durante il Medioevo all’interno di chiese e abbazie risuona il canto gregoriano, vale a dire la musica con la quale si esprime la religiosità dei fedeli nei primi secoli della cristianità.

Fin dalle origini della chiesa il canto ebbe una grande importanza nella vita religiosa delle comunità. La parola cantata ha una grande importanza nella vita liturgica dell’epoca perché accompagna le preghiere (inni e salmi) recitate nei vari momenti della giornata, la celebrazione della messa (KyrieGloriaCredo, SanctusAgnus Dei) e gli altri riti liturgici.

Alla fine del VI secolo Papa Gregorio Magno si occupò della selezione e conservazione dei canti più significativi, raccogliendo i testi (non le melodie perché la scrittura musicale non era ancora nata), in un libro l’Antifonarium cento. Egli infatti fece compilare l’elenco dei canti a cui tutte le chiese cristiane dovevano attenersi dall’Italia alla Francia, dalla Spagna all’Inghilterra. Questi canti vennero chiamati “gregoriani” in suo onore. Sono giunti fino a noi grazie all’opera di monaci amanuensi (che scrivevano a mano): essi li trascrissero, conservando e custodendo gelosamente le copie nelle biblioteche dei conventi, monasteri e abbazie.

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Nato dalla recitazione delle preghiere, il canto gregoriano è molto simile a una declamazione. Il ritmo è scandito dall’andamento del testo, che è in latino, la lingua ufficiale della Chiesa.

Ascoltate un esempio di canto gregoriano e provate a descriverne le caratteristiche musicali. Poi scrivete le sensazioni che è capace di suscitare in voi (che cosa vi comunica).

VIDEO: CANTO GREGORIANO

Come avete certamente notato, il canto gregoriano che abbiamo ascoltato è eseguito in latino da un coro di voci maschili e senza accompagnamento strumentale; in più si tratta di un canto monodico, in cui, cioè, tutti cantano un’unica linea melodica.

Tale melodia si snoda su note legate quasi sempre vicine le une alle altre; il ritmo segue l’andamento del testo; l’intensità e la velocità del canto sono costanti e il timbro è uniforme. È poi interessante notare come la melodia sembri sempre ritornare su una nota, che può ben dirsi il pilastro fondamentale su cui si regge tutto il canto.

Le caratteristiche di semplicità e severità del canto gregoriano, oltre a esprimere la concezione di una fede altrettanto semplice, austera e priva di incertezze, consentono a questa musica di svolgere altre importanti funzioni, quali:

  • rendere solenne e autorevole il testo sacro, allo scopo di conferire maestosità e dignità alla preghiera;
  • garantire la comprensibilità delle parole cantate, permettendo a tutti i fedeli di proclamare insieme i testi della liturgia;
  • favorire la concentrazione, aiutando i fedeli a raccogliersi nella riflessione e nella meditazione;
  • sviluppare il senso di comunione, consentendo alla comunità dei fedeli, per il fatto stesso di cantare tutti insieme, di sentirsi profondamente unita dalla stessa fede.

Anche la struttura delle chiese romaniche contribuisce alla sensazione di unione: i muri e i pavimenti in pietra e la mancanza quasi totale di arredi generano un riverbero del suono che avvolge i fedeli rafforzando il legame di ciascuno con la comunità.

LE SCHOLAE CANTORUM  E LA SCRITTURA MUSICALE

Col trascorrere dei secoli il canto gregoriano si arricchisce e diventa più complesso. Diversamente dai primi canti, che i fedeli potevano eseguire facilmente, il canto sacro inizia a richiedere esecutori sempre più abili, capaci di memorizzare melodie più lunghe e più difficili.

A questo scopo nascono le scholae cantorum, scuole specializzate nella formazione dei cantori, e la scrittura neumatica, un sistema di segni che permette di ricordare con maggior precisione la direzione delle melodie da cantare.

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La specializzazione richiesta nell’esecuzione musicale diventa dunque sempre maggiore, come maggiore diviene la separazione tra i celebranti e l’assemblea dei fedeli, ai quali non resta che ascoltare ammirati la musica che celebra il Dio della cristianità.

DAI NEUMI ALLA NOTAZIONE MUSICALE

La grande innovazione del Medioevo fu l’elaborazione della notazione musicale che, a partire dalla prima stesura che ne fece Guido d’Arezzo, è stata alla base dell’evoluzione della musica occidentale nei secoli seguenti. Essa infatti permise il passaggio dall’apprendimento mnemonico del repertorio gregoriano a quello per lettura cantata e favorì la trasmissione e la conservazione del repertorio.

Guido d’Arezzo

Al Monaco Guido d’Arezzo, che visse fra il 992 e il 1050 circa, sono attribuite alcune importanti innovazioni nella teoria e nella pratica musicale, che egli applicò e sperimentò come insegnante di musica e direttore di coro:

  1. La sua più importante innovazione è senz’altro l’invenzione di un sistema di notazione realizzato con 4 righe parallele diversamente disegnate (due colorate e due incise sul foglio a secco) chiamato Tetragramma e l’uso di piccoli quadrati a rappresentare le note chiamati Notazione quadrata.
  2. Un’altra innovazione riguarda la nascita dei nomi delle note che lui prese dalle sillabe iniziali di sei versi dell’INNO A SAN GIOVANNI, un inno le cui sei frasi cominciano ognuna con una nota posta in successione ascendente ottenendo la successione: ut re mi fa sol la si.

Con l’eccezione della prima, trasformata poi in do, queste sillabe indicano tuttora i suoni della scala.

VIDEO STORIA DELLA SCRITTURA MUSICALE

LA NASCITA DELLA POLIFONIA

La polifonia (dalle parole greche polys = tanti e pfoné= suono) è una tecnica che permette di scrivere brani musicali formati da più melodie eseguite contemporaneamente. Le note sono disposte sul pentagramma una contro l’altra. Siccome in latino nota si dice punctum, questo tipo di scrittura musicale “nota contro nota” viene detta contrappunto.

Mentre i canti gregoriani sono costituiti da una sola melodia che i fedeli eseguono all’unisono (tutti cioè cantano le stesse note nello stesso momento), verso la fine del IX secolo si cominciano a eseguire i cani sacri affiancando alla melodia gregoriana (vox principalis) una seconda melodia (vox organalis), cantata da un altro gruppo di esecutori. Ha così inizio una nuova forma musicale, l’organum, così chiamato dall’omonimo strumento, adatto a eseguire più note contemporaneamente.  Si tratta inizialmente di un canto a due voci, ed è il primo esempio di polifonia nella storia della musica. Nel XII secolo l’organum viene portato a quattro voci, mentre la tecnica del contrappunto si sviluppa in forme sempre più complesse.

LA LAUDA

Con la nascita della polifonia la musica sacra diventò più complessa e meno “comprensibile” ai fedeli poiché l’esecuzione contemporanea di più melodie rendeva il testo quasi indecifrabile. Inoltre, la musica sacra veniva scritta su testi in latino, lingua che nel Basso Medioevo non era più conosciuta dal popolo, che ormai si esprimeva in volgare. A partire dall’VI secolo si formarono movimenti spirituali di riforma che aspiravano a una religiosità più autentica fondata sulla semplicità predicata dai Vangeli. Legate a questi momenti sono le laudi (dal latino laus=lode), canti di argomento religioso in lingua volgare. Non accettate dalla Chiesa ufficiale, le laudi venivano cantate in coro dai fedeli al di fuori delle chiese durante le processioni e cerimonie, soprattutto nei comuni dell’Italia centrale. La lauda è una composizione monodica (costituita da una sola melodia) molto semplice e di facile comprensione: il testo, formato da strofe, ha un andamento sillabico; a ogni sillaba, cioè, corrisponde una nota della melodia.

Ascolta: “Sia Laudato” di San Francesco

Ascolta: “Magdalena” dal Laudario di Cortona

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QUIZ N.1- IL CANTO GREGORIANO

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