GIACOMO PUCCINI

PUCCINI

L’ultimo mito dell’Opera lirica italiana

LA VITA   Giacomo Puccini (1858-1924) nasce a Lucca da una modesta famiglia di musicisti e si appassiona al Melodramma dopo aver assistito all’Aida di Giuseppe Verdi a Pisa. Grazie a una borsa di studio, si iscrive al Conservatorio di Milano per studiare composizione come allievo di Amilcare Ponchielli. Gli inizi sono difficili e il successo vero arriva solo nel 1893, con        la rappresentazione dell’Opera Manon Lescaut a Torino. Viene poi la Bohème (1896), diretta dal grande direttore d’orchestra Arturo Toscanini; il successo mondiale di quest’Opera rafforza la fama del compositore, che, nel 1900, manda in scena Tosca e nel 1904 Madama Butterfly.

 

LO STILE   Gli anni della produzione musicale di Puccini coincisero con quelli in cui il dramma musicale verista dominava le scene italiane. Tuttavia la sua musica andò ben oltre il suo tempo e anticipò il gusto del Novecento. Il leitmotive di tradizione Wagneriana e l’abolizione della suddivisione in brani chiusi sono tipici della produzione pucciniana, che predilige melodie morbide, solo apparentemente sentimentali, che non scivolano mai nel virtuosismo. La sapiente tecnica di orchestrazione sottrasse Puccini all’accusa di provincialismo musicale: i temi dei suoi melodrammi (tradimenti coniugali, conflitti amorosi e d’onore), infatti, erano particolarmente graditi al pubblico, ma molto meno alla critica, che solo parecchi anni dopo riconobbe l’indubbio valore artistico delle sue opere. Le opere di Puccini non fanno più parte della tradizione operistica, sono caratterizzate da una profonda modernità che le avvicina alla nuova arte del cinema. Nelle sue musica incontriamo citazioni anche della musica Jazz. Puccini è l’ultimo grande compositore italiano del Melodramma. Con le opere citate e con la Turandot, l’ultimo capolavoro incompiuto (per la morte del maestro), la tradizione dell’Opera lirica si può dire finita, anche se in essa il compositore aveva già iniziato a esplorare gran parte del nuovo linguaggio musicale del Novecento.

TURANDOT

La storia è tratta da una fiaba teatrale di Carlo Gozzi, l’ambientazione è in una Cina arcaica e misteriosa, in cui vive la principessa Turandot, crudele e sanguinaria. Ella è disposta a sposarsi solo con un principe che riesca a risolvere tre enigmi: chi fallisce viene decapitato. Un giorno si presenta il principe Calaf in incognito; egli dopo essere riuscito a risolvere gli enigmi, si dichiara disposto a morire decapitato se Turandot riuscirà a scoprire il suo nome. La principessa ordina al popolo di Pechino di non dormire per aiutarla nell’impresa. All’alba i due s’incontrano senza che lei sia riuscita a sapere nulla e cede al bacio appassionato del principe, nei cui confronti prova inaspettatamente un amore profondo. Un lieto fine, dunque, per una fiaba musicale in cui abbondano i riferimenti alla cultura orientale.

INVITO ALL’ASCOLTO: NESSUN DORMA

Il brano più popolare di Turandot è un assolo di Calaf (tenore). Il principe “ignoto” canta Nessun dorma nella notte in cui Turandot ha ordinato a tutti gli abitanti di Pechino di rimanere svegli per aiutarla a scoprire il suo nome, minacciando di ucciderli se non lo faranno. Ma Calaf è sicuro di sé e sa che all’alba vincerà, ottenendo la mano della principessa.

Coro Nessun dorma, nessun dorma

Calaf: Nessun dorma! Tu pure o principessa,

nella tua fredda stanza

guardi le stelle

che tremano d’amore e di speranza.

Ma il mio mistero è chiuso in me,

il nome mio nessun saprà!

No no sulla tua bocca lo dirò

quando la luce splenderà

ed il mio bacio scioglierà il silenzio

che ti fa mia.

Coro il nome suo nessun saprà e noi dovremo, ahimè morir, morir.

Calaf  Dilegua, o notte! Tramontate stelle!

All’alba vincerò

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