8-LA CULTURA HIP HOP

UNA CULTURA DI EMARGINAZIONE

A partire dal 1970, all’indomani di tensioni e tumulti razziali che scuotono l’America, molti ragazzi afroamericani di New York sono alla ricerca di nuovo e creativo, qualcosa che dia loro la possibilità di esprimersi artisticamente. In particolare i quartieri-ghetto come il Bronx, emarginati dal resto della città, permettono a questi giovani di elaborare un proprio linguaggio espressivo e di lasciarlo sviluppare indisturbato, al riparo dagli occhi vigili del mercato discografico. In tal modo nasce una vera e propria cultura di strada, che verrà in seguito definita hip hop, in cui si fondono musica, poesia, arte e danza.

WRITING

L’arte visiva di strada per eccellenza è il writing. Nei sottopassaggi della metropolitana, sui treni in sosta, sui muri più degradati delle città ecco un ragazzo armato di bomboletta spray disegnare furtivamente la sua tag o il suo “pezzo” spesso coloratissimo.

BREAKING

Nelle strade americane e nelle piazze di molte città americane, ma anche in tante europee, è facile imbattersi in gruppi di breakers, cioè ragazzi che si esibiscono in una danza acrobatica nota come breakdance per un pubblico occasionale su marciapiedi, piazze o campi di basket.

MCING

MC (acronimo di maestro di cerimonie), più noto come rapper, è il cantante che intrattiene il pubblico scandendo la musica con rime ideate da lui stesso e per lo più improvvisate. Il rap è la voce poetica della cultura hip hop.

DJIHG

Il disc jockey, abitualmente abbreviato DJ, è colui che miscela il suono di svariati brani musicali, fino a ottenere un uniforme flusso musicale su una stessa scansione ritmica. E’ su questa base che si esibiscono, in strada o nei locali, sia i rappers che i breakers.

BESTBOXING

Normalmente un DJ usa i suoni della batteria elettronica per scandire il ritmo della propria musica. Ma c’è anche chi si è specializzato nell’imitare con la propria voce i suoni della batteria. Si parla allora di human beatbox.

LOOP

I rappers spesso declamano i propri testi su una base dostituita dall’ossessiva ripetizione di un breve frammento musicale, il loop, che letteralmente significa “anello”.

BREAKDANCE E DJ

All’inizio degli anni Settanta nei ghetti neri delle grandi metropoli americane, e in particolare nel Bronx di New York, si diffonde fra i giovani afroamericani la moda dei block parties, cioè delle feste di quartiere. Queste vengono organizzate per strada, sui campetti da basket, nei parchi: per ottenere l’elettricità indispensabile a far funzionare l’impianto musicale spesso si collega la consolle del DJ con un cavo elettrico al lampione pubblico più vicino. E’ proprio attorno alla posizione del DJ, in queste situazioni precarie, che si comincia a ballare la danza che sarà conosciuta come breakdance e che sorgono i primi accenni del canto rap. Alcuni DJ, come Kool Herc, si accorgono infatti che i momenti più apprezzati dai ballerini consistono nei breakbets, cioè quei frammenti di canzoni in cui sono presenti solo le percussioni: si comincia allora a isolare proprio questi breaks e a ballarvi sopra, da cui il nome di breakdance.

Contemporaneamente nel corso di queste feste alcuni DJ iniziano a sovrapporre alla musica alcune brevi frasi riprese dal linguaggio di strada usato tutti i giorni dai ragazzi, facendole così diventare parte integrante del beat della base musicale sulla quale si balla.

GLI STRUMENTI DEL DJ

Il ruolo del DJ è sempre strettamente legato alle apparecchiature elettroniche che utilizza. In genere un DJ si serve di almeno due giradischi connessi a un mixer, a un amplificatore e agli altoparlanti. Attorno a questi troviamo poi innumerevoli dispositivi elettronici che consentono tutta una serie di tecniche ed effetti che sono tipici della musica hip hop: fra questi il più popolare è senza dubbio lo scratching, che consiste nel muovere avanti e indietro velocemente con la mano un disco di vinile mentre sta suonando. Frequentatissimo è anche il best juggling, cioè la manipolazione elettronica di due o più campioni audio, come una frase vocale o un passaggio di batteria. Lo scopo finale del DJ è di dar vita a un brano originale partendo da dischi o campioni audio già esistenti, senza fare ricorso quindi a strumentisti tradizionali, come chitarristi o batteristi.

IL CANTO RAP

Piano piano al DJ, che fornisce la base musicale, si affianca la figura del “maestro di cerimonie” (MC), vale a dire un cantante capace di intrattenere il pubblico improvvisando versi in rima (freestyle) sulla scansione ritmica della musica. Si sviluppa allora uno stile di canto, successivamente denominato rap, che consiste essenzialmente in una sequenza di versi molto ritmati su un metro in 4/4, caratterizzati da rime baciate, assonanze ed allitterazioni. Non è un caso se il termine “rap” significa in gergo “chiacchierare”, ma può essere anche inteso come l’acronimo di rhythm and poetry (ritmo e poesia). Poco interessato alla dimensione melodica, il rapper cura principalmente il cosiddetto flow, cioè l’abilità di inventare le rime di un brano mantenendo sempre la stessa metrica e imprimendo all’esecuzione un forte impulso ritmico, giocando su sincopi e contrattempi. Un trucco per ottenere un buon flow consiste nel far coincidere le parole maggiormente accentate del testo con i tempi forti scanditi dalla batteria, in modo da rendere più musicale e “naturale” l’esecuzione. Un’altra capacità molto apprezzata in un buon rapper è la velocità con cui riesce a pronunciare distintamente i propri versi sempre a tempo con la base: vengono addirittura organizzate delle gare per eleggere il rapper più veloce e preciso. Più in generale possiamo che per avere un buon flow e cantare velocemente un buon rapper deve avere sempre un ottimo controllo della voce e della respirazione, dovendo distribuire le prese di fiato senza mai dare l’impressione di interrompere il flusso delle parole.

I TESTI DEL RAP

L’elemento dominante di un brano rap, oltre al ritmo, è certamente il testo cantato. Provenendo quasi tutti gli MC americani da ambienti poveri, il rap è fortemente legato al contesto urbano delle grandi città e parla quindi prevalentemente di disagio giovanile, di emarginazione e della dura vita dei ghetti. Numerosi brani trattano poi problemi politici (come la guerra), economici (il costo della vita) e sociali (discriminazione razziale), ma sempre dal punto di vista personale del cantante. Anche la violenza, la criminalità e le droghe vengono cantate e a volte persino esaltate, fatto questo che attira sul rap molte critiche e lo spinge ancor di più ai margini del mondo dello spettacolo. Naturalmente anche le tematiche familiari e sentimentali trovano ampio spazio nella produzione hip hop: si cantano infatti i rapporti personali all’interno della famiglia e l’amore, con le sue delusioni e le sue gioie. Il tipo di linguaggio usato è quello di tutti i giorni e attinge a piene mani dal gergo giovanile di strada, cosa che spesso rende incomprensibili i testi a chi non conosce a fondo tale ambiente. Addirittura ci si può imbattere in differenze linguistiche da una regione all’altra, da una città all’altra o anche da un quartiere cittadino all’altro. Questa estrema personalizzazione del vocabolario permette ai rappers di farsi intendere esclusivamente da chi condivide con loro cultura ed esperienze.

CREWS E CONTESTS

Nella cultura hip hop è spiccata la tendenza a riunirsi in gruppi, denominati crews, cioè “equipaggi”, all’interno dei quali è fortissimo il senso di appartenenza e di identità. I componenti di una crew collaborano a un progetto comune, come può essere una coreografia di brezkdance, un grande graffito collettivo o un’esecuzione rap. Naturalmente ogni crew si contrappone alle altre: da qui nasce la tendenza ai contests o battles, cioè al confronto-scontro con le altre crews. In ambito musicale questi contests avvengono davanti a un pubblico, per strada o in ampi locali: i membri delle crews coinvolte si esibiscono uno alla volta e improvvisano rime in cui spesso si cerca di provocare l’avversario, offendendolo e mettendone in risalto le debolezze. Sarà il pubblico stesso, tramite l’intensità degli applausi e delle urla a determinare il vincitore.

DIFFUSIONE E SUCCESSO COMMERCIALE

Nata dalla strada, la cultura hip hop riesce piano piano a emergere dai ghetti neri delle grandi metropoli americane, incuriosendo un pubblico sempre più vasto ed eterogeneo. Ma proprio questo crescendo di interesse spinge larghi settori della pubblica opinione americana a considerare l’hip hop un pericolo: ecco allora che si incomincia ad accusarlo di essere portatore di violenza all’interno del mondo giovanile e si collega il rap con i disordini scoppiati nei quartieri poveri della città. In realtà l’hip hop è, come abbiamo visto, lo specchio di una situazione di disagio: le canzoni rap parlano di vita vissuta e portano alla luce alcuni problemi sociali che troppo spesso si vorrebbero ignorare.

Nonostante queste polemiche, all’inizio del XXI secolo il rap si afferma come il genere musicale preferito da una massa crescente di giovani, non solo americani.  Grazie ai videoclip, ad alcuni film e a innumerevoli stazioni radiofoniche, molti rappers conoscono un improvviso successo commerciale e una notorietà internazionale (come ben dimostrano i casi di Eminem e di Fifty Cent), mentre il rap diventa uno stile di canto “di moda” anche in generi musicali che con esso hanno ben poco a che vedere.

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