2-LA MUSICA PROFANA NEL MEDIOEVO

I LUOGHI

La vita medievale si svolge intorno al castello che, posto generalmente su un’alturaè una costruzione piuttosto rudimentale e tozza, costituita da un imponente torrione centrale che si sviluppa su più piani. L’aspetto del castello è dunque quello di una fortezza: il suo scopo principale è quello di difendere dagli attacchi esterni le terre che il signore ha avuto in beneficio dal re e i contadini che le abitano. Questi ultimi in compenso sono obbligati a pagare ingenti tasse al loro signore e sono così ridotti a un’estrema povertà.

Attorno all’anno Mille tutti, poveri e ricchi, conducono una vita che oggi sarebbe inaccettabile: sono infatti soggetti a carestie, epidemie, scomodità di ogni tipo e alla costante presenza della violenza. La guerra è un’attività così centrale e importante che, quando non c’è, la si imita nei tornei e nei duelli.

Tutto ciò indica un ideale di vita indubbiamente duro e sprezzante del pericolo, ma anche violento e rude, che lascia poco spazio alla riflessione e alle arti.

Nella grande sala al primo piano del castello si svolgono tutte le attività sociali e pubbliche: qui si ricevono gli ospiti e i viandanti, qui si mangia, si chiacchiera, si gioca e si dorme. Qui si svolgono anche feste, banchetti e danze che allietano la dura vita del castello. Talvolta si ammirano anche le esibizioni degli acrobati e degli animali ammaestrati. Qui si ascoltano i canti dei menestrelli.

I canti che risuonano nel castello medievale hanno una struttura semplice: la melodia si ripete per ogni verso del testo cambiando leggermente nella parte finale.

IL MENESTRELLO: UN ARTISTA GIROVAGO

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Attorno all’anno Mille la cultura e l’arte sono essenzialmente legate a funzioni pratiche. Anche la musica profana serve soprattutto ad allietare le feste nei castelli o ad animare le fiere di paese. Protagonista di questa musica semplice e schietta è il menestrello, a volte un domestico a servizio nel castello, più spesso però un artista girovago: egli è un personaggio con compiti molto diversi, certo non limitati alla sola musica. Leggete a tal proposito ciò che si riteneva dovesse saper fare un bravo menestrello nella Germania medievale: «saper inventare, costruire rime, destreggiarsi come schermitore; saper suonare bene tamburi, cimbali e ghironda; saper lanciare in alto piccole mele e afferrarle sulla punta di un coltello; imitare il canto degli uccelli, eseguire trucchi con le carte e saltare attraverso dei cerchi; suonare la cetra, accompagnare bene con la viella, parlare e cantare piacevolmente».

Purtroppo in quel tempo la musica non veniva annotata e trascritta, ma quasi completamente improvvisata e quindi non è giunta fino a noi: oggi possiamo solo fare delle ipotesi circa le capacità musicali dei menestrelli.

IL NUOVO MILLENNIO

Il dinamismo sociale e culturale che caratterizza la progressiva scomparsa del feudalesimo favorisce la crescita e la diffusione di espressioni musicali profane, cioè non religiose. Mentre la Chiesa continua a occuparsi in modo esclusivo della musica sacra, circolano con sempre maggiore libertà danze e canti popolari dal carattere vivace, dai testi ironici e spesso irriverenti.

TROVATORI E TROVIERI

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All’inizio del XII secolo in Europa si inizia a respirare un’aria nuova. La vita nei castelli lentamente si ingentilisce e i signori cominciano a dedicarsi anche ad attività di pace e di cultura. A partire dalla Francia si sviluppa la poesia cortese che conferisce grande risalto alla figura della nobildonna, facendone l’oggetto di devozione, di ammirazione e di amore da parte dei trovatori (nella Francia del sud) e dei trovieri (nella Francia del nord). Questi singolari personaggi sono per lo più nobili che amano dilettarsi nelle lettere e nella musica, componendo versi e, a volte, anche la melodia sulla quale cantarli.

I testi delle poesie-canzoni dei trovatori parlano in genere dell’amore, della natura o celebrano imprese cavalleresche e, stando alle illustrazioni dell’epoca, il trovatore li canta da solo, talvolta accompagnato da un menestrello che suona la viella.

Anche per questi componimenti tuttavia la trasmissione avviene per lo più oralmente e solo per circa un decimo di essi ci è giunta anche la trascrizione della melodia.

I CLERICI VAGANTI

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Di questo vasto e spontaneo repertorio sono giunti fino a noi pochi esempi, fra questi i Carmina burana, una raccolta di canti ritrovati in Germania nell’abbazia benedettina di Buren e attribuita ai clerici vagantes, studenti nomadi che dall’XI al XII secolo attraversano l’Europa attratti dalla fama di un grande maestro o dal desiderio di avventura e novità. Scritti in una notazione ancora approssimativa e in un buffo latino che si mescola alle lingue volgari, essi hanno contenuti e caratteri diversi: canzoni d’amore, satiriche o morali si alternano a lamenti sulla corruzione dei costumi, a canzoni per banchetti, a canti d’ispirazione religiosa.

A volte molto semplici, a volte più sofisticati, questi canti rivelano comunque una stretta affinità con l’importante e colto repertorio di musica profana che si sta sviluppando in Francia, vale a dire quello dei trovatori e dei trovieri. Tanto i carmina quanto le canzoni trovadoriche presentano infatti una musica semplice che ricorda da vicino il modo di procedere del canto gregoriano. Tuttavia, col trascorrere del tempo, le esecuzioni di questi canti si accompagnano e si alternano sempre più spesso alle danze e da queste prendono una vivacità ritmica che le trasforma e le rende più indipendenti dalla musica sacra.

MINNESANG, CANTIGAS E LAUDE

L’evoluzione e la circolazione dei nuovi generi profani proseguono in tutta Europa e danno origine a forme varie, legate da una comune radice.

In Germania il successo della lirica provenzale fa nascere un genere autonomo, il minnesang (canto d’amore) diffuso dai minnesänger, mentre in Spagna si sviluppa il fenomeno delle cantigas, canzoni in lingua volgare d’ispirazione religiosa.

In Italia, dove la musica e la poesia dei trovatori non aveva dato vita a una produzione degna di rilievo, nascono le laude. Anch’esse in lingua volgare e di ispirazione religiosa, sono semplici invocazioni monodiche intonate per lo più dalla folla durante le processioni. Pur nella loro semplicità, le laude costituiscono l’aspetto più rilevante della musica del tardo Medioevo nel nostro Paese.

L’ARS NOVA

Nel 1320 il musicista francese Philippe de Vitry pubblica un trattato intitolato l’Ars nova musicae (la nuova arte della musica) nel quale illustra le nuove tendenze musicali del secolo. Per maggiore chiarezza verso i lettori, indica la musica del passato (fino al Duecento) come ars antiqua (arte antica), mentre chiama quella del suo tempo, il Trecento, ars nova. Questa definizione viene ripresa in seguito anche da altri studiosi ed è ancora attuale. Nella profonda trasformazione della società del Trecento, le corti diventano centri culturali nei quali lavorano musicisti e poeti. Con l’ars nova la polifonia, nata nell’ambito della musica sacra, viene estesa alla musica profana. Le composizioni dell’ars nova sono caratterizzate da ritmi più vari e vivaci, di conseguenza si adottano nuovi sistemi di notazione. Mentre nella musica sacra si afferma la forma della messa (l’insieme dei brani che accompagnano la funzione religiosa) nella musica profana si afferma la ballata (composizione che accompagna la danza)

GLI STRUMENTI DEL MEDIOEVO

La maggior parte delle notizie sugli strumenti musicali in uso nel Medioevo ci arriva da testi letterari, da dipinti, dalle vetrate di cattedrali, da miniature nei codici, da statue e decorazioni architettoniche. Sappiamo così che la viella, uno strumento ad arco che può avere da tre a cinque corde, è molto diffusa, soprattutto fra i menestrelli che la utilizzano per accompagnarsi nel canto.

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Piccolo e facilmente trasportabile è il salterio, le cui corde vengono pizzicate con le dita: la sua sonorità e le sue dimensioni lo rendono particolarmente adatto per accompagnare il canto.

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Girando di castello in castello, i menestrelli diffondono in tutta Europa anche un altro strumento a corde, la ghironda, che diventa presto molto popolare, al punto da trovarla anche per le strade, suonata da mendicanti girovaghi. Nelle versioni più antiche ha l’aspetto di una piccola cassetta di legno che racchiude le corde fatte vibrare grazie allo sfregamento di una ruota in legno azionata da una manovella.

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Altrettanto facile da trasportare è l’organo portativo, un antico progenitore dell’organo moderno: così piccolo da poter essere appoggiato sulle ginocchia, questo strumento è dotato di una o due ottave (i cui tasti sono leve o piccoli bottoni) e viene suonato con la sola mano destra, mentre la sinistra aziona il mantice che spinge l’aria nelle canne.

Le immagini di danza invece ci mostrano flauti a becco e tamburi di diverse dimensioni. In particolare compare spesso una coppia di strumenti suonati da un solo musicista: si tratta del tabor-pipe (letteralmente, “flauto e tamburo”). Il flauto ha tre soli fori e può essere suonato con una sola mano, mentre l’altra percuote con una bacchetta un tamburino appeso al polso, o un tamburo più grande portato a tracolla.

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